The Endless Winter of Kashmir – Camillo Pasquarelli

 

The endless winter of Kashmir

Srinagar, Jammu e Kashmir, India. 2015-2016

 

Venerdì pomeriggio. La preghiera è appena terminata e i fedeli si allontanano dalla Jamia Masjiid, la moschea principale di Srinagar, la capitale estiva del Kashmir indiano. Le truppe dell’esercito indiano sono schierate ai cancelli e osservano da lontano i giovani coprirsi il volto in mezzo alla folla. Gli scontri stanno per iniziare. Nel giro di pochi minuti l’aria diventa irrespirabile e i marciapiedi si tramutano in un cimitero di pietre. Esplodono numerose granate stordenti. Dalle ombre in mezzo alle nubi dei lacrimogeni si alza una voce: “hum kya chate?”. Centinaia di altre ombre gli rispondono con veemenza: “azadi! azadi! azadi!” – “cosa vogliamo noi? Libertà! Libertà!” – : il principale slogan del separatismo kashmiri. Ogni venerdì pomeriggio il messaggio viene recapitato agli oppressori indiani insieme ad una pioggia di pietre.

Dopo esser cresciuta durante l’inferno degli anni ’90, quando la guerriglia armata kashmiri fu schiacciata dall’esercito indiano, ed esser stata protagonista di due insurrezioni popolari anti-governative nel 2008 e nel 2010, nei cuori di questa generazione non c’è alcun dubbio: l’India sta portando avanti un’illegittima occupazione, possibile solo grazie alle 600.000 truppe che rendono il Kashmir uno delle zone più militarizzate al mondo.

Nell’estate del 2016 le braci del risentimento si sono riaccese per via della morte del giovane Burhan Wani, comandante di un gruppo armato separatista, per mano delle truppe indiane. Una nuova estate di scontri, coprifuoco, martiri e repressione hanno sequestrato la vita quotidiana. Come nel 2008 – 2010 l’azadi sembrava a portata di mano ma, ancora una volta, nessun risultato è stato raggiunto a fronte di un caro prezzo: 90 morti, migliaia di feriti e centinaia di giovani che hanno perso la vista a causa dei pellet gun, fucili che in un colpo solo sparano centinaia di piccole sfere di metallo.

I cimiteri sono colmi e la strategia delle manifestazioni pacifiche e del lancio delle pietre sembra aver ormai fallito.

Intanto un nuovo e pungente inverno sta arrivando nella valle. Le proteste s’interrompono come sempre, ma quest’anno le prime nevicate segneranno un momento di grande introspezione per tutti i kashmiri. Un bivio si profila davanti alla popolazione: arrendersi di fronte alla sordità del governo indiano, oppure dare inizio ad una nuova lotta armata. Il comandante Burhan Wani è diventato un simbolo centrale della causa kashmiri: ha infiammato l’animo dei suoi coetanei che ora sono pronti a seguirne l’esempio.

Ostaggio delle frizioni indo-pachistane e delle spinte indipendentiste interne, sessantotto anni fa è cominciato un interminabile inverno di sofferenza per il Kashmir che vive ormai nella speranza di veder un giorno sbocciare la primavera dell’azadi.

Camillo Pasquarelli

Camillo Pasquarelli nasce a Roma nel 1988.
Dopo aver terminato gli studi in Scienze Politiche si trasferisce a Torino dove si laurea in Antropologia nel 2015.
Oggi si occupa di reportage affiancando l’approccio dell’antropologia all’uso del mezzo fotografico. Lavora da due anni a vari progetti fotografici in Kashmir, dove nel 2015 ha svolto 5 mesi di ricerca riguardo i sentimenti politici degli abitanti e dove nel 2016 ha coperto l’insurrezione popolare antigovernativa.
Attualmente è iscritto al Master in Fotogiornalismo a Officine Fotografiche Roma.